Milano: Piazze Aperte e dialogo chiuso

Il comune prosegue con le piazze tattiche senza curarsi delle critiche dei cittadini

Siamo nuovamente alle solite: una via chiusa, viabilità deviata, un lembo di terra a giustificare l’opera e tanto bel colore che fa molto street art.

Questo è, in sintesi, il nuovo giardino pubblico di Pepe Borsieri, realizzato dal comune di Milano durante l’estate del 2025.

L’area, precedentemente adibita a parcheggio auto, è stata “riqualificata” inserendovi un mezzo campo da basket sghembo e una striscia di terra adibita a giardinetto. Conclude l’opera la pedonalizzazione del primo tratto di via Pepe, quello compreso fra via Borsieri e via Carmagnola, costringendo gli automobilisti a percorrere un tratto circa 5,5 volte più lungo per raggiungere lo stesso punto.

In azzurro: il precedente percorso (120m c.ca) In rosso: il nuovo percorso (660M c.ca)

Gravissimo inoltre è che non sia stata prevista alcuna recinzione attorno a quest’area, lasciandola alla mercè di chiunque la voglia sfruttare come bivacco a qualsiasi ora del giorno e, sopratutto, della notte, come già accade in altre “piazze tattiche” realizzate dal comune seguendo le indicazioni di Amat e del progetto Piazze Aperte (qui il link al sito).

L’intento poteva anche essere nobile, in via teorica, ma troppo spesso la teoria si scontra con la realtà, come possono testimoniare i residenti di via Toce costantemente vessati da urla, schiamazzi e rumore di vetri rotti. Vetri che vengono prontamente rimossi da AMSA ogni mattina, quasi a voler nascondere sotto ad un immaginario tappeto i cocci di una gestione quantomeno “alla Carlona”. Tra l’altro la stessa via Toce a breve verrà completamente pedonalizzata nonostante la presenza di tre carrai condominiali, ma questa è una storia per un altro giorno.

Ma torniamo al neonato giardino di Pepe Borsieri. Ieri mi sono recato in loco per verificare personalmente la situazione e ho potuto constatare da subito gli effetti dell’opera. In un area con un’altissima densità di uffici, infatti, quel parcheggio era certamente utile. Ora invece si trovano macchine parcheggiate ovunque, grazie alla lungimiranza dell’amministrazione che rimuove parcheggi per piazzare tatticità: il loro odio per le auto e chi le deve usare per andare a lavorare non è una novità.

Inoltre la mission di questi lavori sembra essere il “restituire spazi alla comunità”, quindi già che c’ero ho pensato di fare quattro chiacchiere con qualche passante.

Qualcuno (pochi) felice dell’opera realizzata obiettivamente c’è, ma la maggioranza mostra grande preoccupazione: in particolare si teme la “calata” dei maranza dall’area di Garibaldi e che quella piazza tattica possa diventare una nuova centrale di spaccio nel quartiere, oltre che, come scritto in precedenza, un bivacco per balordi.

Tuttavia il comune ha pensato a tutto ponendo un regolamento in bella vista che ricorda molto il celebre cartello apparso in una vecchia puntata dei Simpson: “Accesso vietato! O entra, sono un cartello non un poliziotto”.

La città della Kultura

Palazzo Marino sempre più delirante: salvaguarda solo i bacini elettorali.

Che Milano sia un caso sé stante in Italia è cosa nota, ma che potesse ridursi a polo di salvaguardia dell’illegalità era cosa che nessuno si aspettava (forse).

Eh si, perchè nel capoluogo lombardo si stanno verificano due situazioni apparentemente inaccostabili, ma interessante come queste due realtà siano in verità assimilabili considerandole in maniera astratta.

Si tratta infatti di due realtà ritenute di rilievo a livello culturale, dove si esibiscono artisti, si fa musica e dove l’arte è considerata libera e sacra.

Due realtà dove si organizzano eventi, si servono bevande e ci si ritrova per far serata fra amici.

Insomma, due luoghi di aggregazione ben noti nel panorama milanese.

Solo che uno, il Le Trottoir, ieri sera ha dovuto chiudere senza alcuna deroga dopo 32 anni di onesto lavoro mentre l’altro, il Leoncavallo, verrà salvato dal comune dopo 131 tentativi di sfratto e un danno da 3 milioni di euro a carico del Viminale, ergo dello stato, ergo dei cittadini.

Qualcuno potrà dire che si, il Le Trottoir chiude perchè ha perso il bando per l’assegnazione della struttura, perfetto, tutto legittimo: ma siamo veramente sicuri di aver bisogno un altro ristorante sacrificando il locale dove, fra gli altri, l’Ambrogino D’Oro Andrea Pinketts scriveva le sue opere? Non si poteva trovare una nuova casa per questo faro di cultura nella nebbia meneghina?

Perchè una nuova casa per gli okkupanti del Leonka invece il sindaco l’ha trovata subito, per altro sfrattando attività che si trovano da decenni nell’area non rinnovando loro i contratti, come scoperto da Gigi Sironi in un servizio andato in onda qualche giorno fa sulle reti Mediaset.

Molti di voi in questo momento si staranno chiedendo come sia possibile anche solo concepire una cosa simile. Per farlo bisogna scomodare, dopo Pinketts, un altro milanese d’eccezione: il GG, Giorgio Gaber.

“In politica ci vogliono i numeri, e che numeri!” diceva, parlando della democrazia, e qui esattamente di questo si tratta: i numeri che garantiscono continuità alla giunta comunale (che ricordiamo essere praticamente la stessa dai tempi di Pisapia).

Il povero piccolo Le Trottoir non può infatti competere con il potentissimo e frequentatissimo Leonka, bacino elettorale inestimabile per il PD milanese.

Il fatto che sia anche uno dei luoghi dove regna spudoratamente l’illegalità è ovviamente questione di poco conto in una città messa sotto assedio da baby gang, maranza, antagonisti e criminali d’ogni risma.

L’importante è che queste persone hanno diritto di voto.

E, ovviamente, votino per loro.

L’Isola del Degrado Urbano

Il Sindaco ci definisce il quartiere cool ma probabilmente manca da un po’

Torno dopo una lunga pausa forzata e riprendo da subito con la grande rubrica che appassiona grandi e piccini: i reportage fotografici della disastrosa gestione della città da parte di palazzo Marino. Come ricorderete del quartiere Isola mi sono occupato più e più volte (Milano Manutenzione Cercasi e Milano: manutenzione sì, ma dove non ci sono danni.) quindi perchè non ricominciare proprio da qui?

Reflex in mano getto il cuore oltre le buche e mi rimetto subito al lavoro: sarà cambiato qualcosa?

Via Alserio
Via Alserio
Via Pollaiuolo Ang. Via U. Bassi
Via Pollaiuolo
Piazzale Lagosta, ormai così da anni
Via Spalato
Via Sassetti
Dettaglio dell’alberello cresciuto sul marciapiede
Via Sebenico
Via Volturno
Via Sebenico
Cordolo sradicato in Via Borsieri
Sanpietrini sprofondati in Piazza Fidia
Via Toce
Via Farini

Come potete vedere nulla è cambiato, anzi la situazione forse è peggiorata. Da cittadino posso capire che gestire una città come Milano non sia facile, ma è altresì evidente il disinteresse assoluto per queste problematiche.

Una soluzione si può sempre trovare, il problema è parimenti trovare la volontà di risolvere i problemi. Di quella purtroppo se ne vede sempre meno.

Fra sacro e profano si dilegua il Vaticano.

Apertura delle olimpiadi palesemente blasfema nel silenzio della santa sede.

“Nan* guitt* e ballerin*”: così possiamo riassumere la patetica performance andata in scena a Parigi in occasione dell’apertura dei Giochi Olimpici 2024.

L’occasione era ottima: i francesi potevano celebrare i valori dello sport e dell’inclusività, potevano dimostrare che nel mondo moderno tutti possono essere rappresentati, potevano finalmente fare qualcosa che fosse unificante e non divisivo.

Evidentemente mi aspettavo troppo dai mal sopportati cugini d’oltralpe.

Ciò che è andato in scena è stata invece la più bassa glorificazione dell’agenda woke, nella sua forma più spregiudicata, nel segno della più becera blasfemia con continui sbeffeggiamenti della tradizione e della religione cattolica.

Ciò che invece non si è per nulla visto è stato lo sport, indice di come la Francia macroniana abbia voluto trasmettere tramite l’apertura dei Giochi un messaggio esclusivamente politico.

In fondo però, visto il mondo in cui viviamo, non c’era da aspettarsi diversamente. Magari qualcosa di meno esplicito, magari qualcosa di più velato, ma che l’esercito woke sia pronto ad annichilire e deridere chiunque non si adegui al loro culto è cosa nota.

Ciò che invece lascia profondamente perplessi è il silenzio assoluto della Santa Sede. Non una nota, non una parola, nulla.

Curioso fatto, considerato con quanta veemenza il Vaticano sia intervenuto contro monsignor Viganò, reo di non essersi allineato alle posizioni del Pontefice e di averlo spesso aspramente criticato.

La differenza tuttavia è che qui non si parla di critiche nel merito della fede, ma di puro e semplice insulto non solo verso chi crede, ma anche verso chi rispetta coloro che credono e coloro che pur non credendo rispettano la tradizione occidentale.

Per queste persone, oltre che per autodifesa, il Vaticano avrebbe dovuto alzare la voce, ma non lo ha fatto.

La domanda che sorge spontanea è quindi una: perchè?

La risposta più logica potrebbe essere che, in un epoca ove chiunque può ritrovarsi “cancellato” in pochissimo tempo, la Santa Sede non voglia correre il rischio di rendersi impopolare agli occhi delle nuove generazioni più di quanto già non lo sia.

Tuttavia c’è un’altra possibilità, ovvero che il Vaticano non reagisca agli insulti perchè connivente al messaggio trasmesso, nonostante esso sia in netto contrasto con la dottrina della fede e nonostante esso se ne prenda apertamente gioco.

Ça va sans dire che altre fedi religiose non avrebbero mai reagito in questa maniera, come ben sappiamo, ma negli ultimi anni sovente la chiesa ha dimostrato tendenze autodistruttive, quasi volesse immolarsi a questo nuovo nichilismo dilagante che si sta diffondendo in tutto l’occidente.

O forse, a furia di mostrare l’altra guancia, da mostrare sono rimaste solo le chiappe.

Per farsi prendere a calci da chiunque.

Europee Gattopardiane

Apparentemente tutto è cambiato, ma in realtà nulla è cambiato.

Condivido con voi alcune mie considerazioni a caldo sulle elezioni europee che si sono tenute questo fine settimana.

La conferma di Giorgia

Il governo italiano guidato da Giorgia Meloni conferma il consenso delle politiche e, anzi, allunga leggermente.

La coalizione di centro-destra italiana esce intera e tranquilla da questa tornata dove praticamente tutti i partiti guadagnano voti.

Considerando poi lo scioglimento del parlamento francese per opera del presidente Macron e il crollo del partito del cancelliere Scholz in Germania l’Italia è l’unica grande potenza europea in cui il consenso si consolida e questo avrà quasi sicuramente effetti anche in Europa.

Capitano e Generale

Il Generale non ha movimentato poi così tanti voti: incassa preferenze a pioggia ma la Lega rimane sotto il 10%. Un buon risultato, ma molti speravano in un plotone che non è mai arrivato.

“Tiene botta” invece il Capitano, pesantemente bersagliato dal fuoco amico, sopravvivendo agli attacchi e anzi, rilanciando la sfida agli oppositori interni che lo hanno clamorosamente sabotato in ogni modo possibile.

Il cavaliere tiene botta

Silvio Berlusconi si mantiene stabile sulle solite percentuali.

Siamo onesti: il leader di Forza Italia è ancora indiscutibilmente lui, tanto che non ne hanno nemmeno tolto il nome dal simbolo. Tajani sovente pare ispirarsi al leader pentastellato: non esiste.

Elly vince ma non sbanca

Risultato complessivamente positivo per il Partito Democratico della segretaria Schlein: data per spacciata prima del voto incassa un’ottima percentuale e risolleva leggermente le sorti dei dem. Il problema volendo si trova nella provenienza dei voti raccolti (presumibilmente esuli grillini di ritorno al nazareno) e nel sistema delle preferenze che pare premiare la linea del presidente Bonaccini. Una cosa è certa però: ormai il leader dell’opposizione ha un nome ed è Elly,

Le cinque stelle cadenti.

Continua l’inesorabile crollo dei pentastellati. Perdono voti in favore dei dem esattamente come il loro leader perde lo scontro diretto con la segretaria del PD. Vien quasi da pensare che abbia sempre avuto ragione il direttore dell’Unità Piero Sansonetti: Conte non esiste.

Lo statico campo largo

Il PD risale, i pentastellati calano: risultato? Nessuna variazione degna di nota.

Se la coalizione di centro-destra allunga quella di centro-sinistra è fossilizzata da troppo tempo sulle stesse percentuali: bene non perdere voti, ma non guadagnarne è un grosso problema.

AVS e la tattica della mascotte

Ultimo partito a sfondare la linea del 4% è la coalizione Alleanza Verdi Sinistra che ha riproposto in queste europee la stessa tattica delle politiche, raddoppiando. Là dove avevano candidato Soumahoro oggi si presentano sbandierando Ilaria Salis e Mimmo Lucano. Operazione riuscita, di nuovo.

Conclusione: vincono le destre e torna Ursula.

Alla luce di tutto questo, quindi, cosa cambierà?

Semplice, nulla.

Perchè il Moloch europeo esiste per essere eterno ed immutabile.

Perchè in questa situazione il 9% abbondante di Forza Italia conta più del 28% del partito del Premier, confluendo nel mega gruppo noto come PPE.

Infatti analizzando il solo centro-destra europeo lo sbilanciamento è impietoso: 49 partiti nel PPE, 13 nell’ECR e 8 in ID. Inutile specificare che se, in uno scenario ipotetico, i partiti di ECR e ID prendessero anche il doppio dei voti dei partiti del PPE sarebbero comunque in svantaggio.

A conti fatti nonostante l’avanzata diffusa delle destre europee l’unica maggioranza possibile ad oggi è di nuovo la celebre “maggioranza Ursula”, cosa confermata dalle esultanze sia della stessa che di Weber, leader dei popolari.

Poco importa che questo comporti riunire sotto un unico tetto popolari, socialisti, moderati e verdi o che i cittadini europei hanno mandato un chiaro segnale di volere un cambio di passo. Per capirci è come se domani in Italia salisse un nuovo governo formato da Forza Italia, Partito Democratico, Italia Viva, +Europa, Sinistra Italiana e Verdi.

Così ci troviamo ancora una volta a constatare come l’Europa dell’europarlamento nulla abbia a che spartire con l’Europa dei popoli.

Alla fine l’esito è, come di consueto, gattorpardiano: tutto è cambiato solo in apparenza, nulla cambierà nella sostanza.

Milano Manutenzione Cercasi

Il capoluogo lombardo sfoggia qualità da precisione svizzera: ha ormai più buchi del gruviera.

Via Cusio

In una sua vecchia canzone Caparezza invitava a tenere la testa alta vicino alle gru “perchè può capitare che si stacca e viene giù”.

A Milano invece si consiglia caldamente l’opposto: guardare costantemente a terra per evitare di rompersi una caviglia, o peggio.

La situazione del capoluogo lombardo infatti non migliora, anzi, se possibile peggiora. Nonostante la mole di milioni incassati dalle multe sembra che lo stato di manutenzione generale della città sia in costante calo e bastano pochi passi per rendersene conto.

Le buche sono diventate compagne di vita dei milanesi come già lo erano dei romani: diciamo che se c’era una cosa da replicare fra le celebri caratteristiche della capitale avremmo preferito qualcos’altro.

Via Porro Lambertenghi

Ovunque possiamo ammirare autentiche forre degne del miglior scavo archeologico: le foto presenti in questo articolo sono, come sempre, scattate all’Isola, quartiere che ormai vede i prezzi al metro quadro avvicinarsi pericolosamente ai quattro zeri.

Via Sebenico

Nemmeno le tanto magnificate ciclabili si salvano, risultando in alcuni punti talmente devastate da essere state evidentemente rappezzate più e più volte.

Via Sebenico ang. Via Volturno

Molte delle buche poi in caso di pioggia si trasformano in trappole letali data la loro profondità. Un’automobile potrebbe subire seri danni passando inconsapevolmente su una di esse, per non parlare di cosa potrebbe capitare a un ciclista o ad un motociclista.

Via Ugo Bassi

Ma nemmeno i pedoni possono stare tranquilli: fra palerie divelte, marciapiedi mai ri-asfaltati e aree piantumate che si convertono in paludi alle prime pioggie il rischio infortunio è dietro l’angolo.

Via Sebenico ang. Via Volturno
Piazzale Lagosta
Piazzale Lagosta

Quando poi i marciapiedi non fioriscono direttamente, nel nome della biodiversità tanto decantata da Palazzo Marino!

Via Alserio

Anche se forse, in fondo, è meglio fare qualche saltello invece di aspettarsi le riparazioni.

Specie quando, come qui sotto, la toppa è peggio del buco.

Via Cola Montano ang. Via Boltraffio

Benvenuti a Milano, la città dove un guasto paralizza un quartiere.

La follia green di palazzo Marino continua a colpire.

Mi trovavo in via Alserio, quartiere Isola, una via vittima delle follie urbanistiche del comune: ciclabile in controsenso, carreggiata ristretta, attraversamenti pedonali ciechi che già hanno causato enormi danni e lasciato un morto sull’asfalto.

Provenendo da piazzale Segrino noto un furgone bloccato all’altezza del recentemente ristrutturato civico 10, con triangolo a terra e carrello per spostamento merci a segnalare il blocco. Il fattorino, sconsolato, attende i soccorsi appoggiato ad un paletto. Nell’aria un forte odore di benzina, proveniente da una grossa macchia sull’asfalto situata sotto il motore del mezzo.

Due auto parcheggiate ai lati e il furgone bloccato al centro: viabilità interrotta.

La memoria torna velocemente a prima dell’intervento di Ottobre 2020 che ha rivoluzionato la zona. La via era ancora con la vecchia viabilità e il furgone fermo non sarebbe stato un grosso problema, viste le due agevoli corsie di marcia in una via storicamente a senso unico. Oggi invece ingombra completamente la carreggiata.

La domanda è spontanea: ha senso tutto ciò?

No, non il furgone guasto, di quello probabilmente si sarà interrogato abbondantemente il conducente.

Intendo se abbia senso disintegrare la viabilità di un intero quartiere in nome del dio minore del Green e far si che una via come Alserio, che sbocca su via Farini (arteria che conduce fra le altre cose all’ospedale Maggiore di Niguarda) possa ritrovarsi facilmente bloccata da un banale guasto. Immaginate ora se fosse sopraggiunta un ambulanza o, peggio, un carro fiamma dei Vigili del Fuoco.

Infatti la viabilità ha modo di defluire, ma transitando da via Boltraffio e compiendo due svolte non precisamente agevoli per un mezzo pesante, sopratutto se in corsa per un intervento d’emergenza. Qualcuno potrebbe pensare che sia un’eventualità limitata, ma sovente nel quartiere si sentono sirene impegnare la sovracitata via per un tempo decisamente eccessivo.

Discorso a parte, ma non troppo, per i soccorsi attesi dal furgonista: va da sé che congestionandosi il traffico tarderanno ad arrivare e tardando ad arrivare si congestionerà ulteriormente il traffico. Lapalissiano.

Dovendo infatti percorrere la deviazione la viabilità sarà costretta inevitabilmente a rallentare, essendo ovviamente due svolte più lunghe da percorrere rispetto ad un tratto rettilineo.

Inoltre questa zona a breve compirà un grande passo avanti nella folle agenda comunale, ovvero diventare un’enorme ZTL chiusa ogni giorno dalle 19:30 alle 06:00 in un quartiere ove si trova un gran numero di locali e noto per la sua animata vita notturna. Come contano di far raggiungere la zona? Con la metropolitana ove le borseggiatrici spadroneggiano? Con due linee scarse di mezzi di superficie? O, forse forse, non hanno minimamente considerato il problema contando di scaricarlo per l’ennesima volta sui cittadini che risiedono nelle vie che compongono il perimetro della zona?

Mentre penso ciò, tuttavia, i milanesi danno prova della loro infinita capacità di adattamento, sviluppata in anni di decadente amministrazione pubblica: complice un paio di parcheggi liberi le macchine deviano sulla ciclabile e sfilano lenti in un’improvvisata variante Ascari.

Targhe volontariamente oscurate, onde evitare che, oltre al danno subito dalla città, qualcuno si ritrovi anche la beffa di una multa.

Che di certo non subirà il ritardo di eventuali soccorsi.

L’alba del lungo inverno economico

Nulla va bene mentre dicono che tutto va bene.

“Winter is coming” dichiara un noto personaggio di una celebre serie tv e questa espressione è quanto di più adatto si possa trovare per la situazione in cui ci troviamo. Nel silenzio generale il commercio e la piccola media impresa stanno lentamente morendo, rimpiazzati dalle mega corporazioni e dalle multinazionali.

Anche se non proprio di silenzio si dovrebbe parlare: tendendo l’orecchio è possibile udire un lieve ridacchiare.

Chi potrebbe mai ridere di una simile catastrofe? La risposta è molto semplice: voi tutti.

Non v’è forse fra di voi chi, seguendo compostamente le narrazioni, puntava il dito contro i negozianti, i ristoratori e gli imprenditori tutti al grido di “EVASORI”?

Similmente, non siete voi forse coloro che andavano per negozi a provare la merce da ordinare online? Oppure gli stessi che esigevano sconti al grido di “sul web lo pago meno!”?

A voi, maestri del giudizio, consiglio una passeggiata in un qualsiasi quartiere di una qualsiasi città. Io posso riferire di quanto accade nella mia città, Milano, e la situazione è veramente disarmante.

Negli ultimi tempi è un moltiplicarsi di locali commerciali chiusi ad ogni angolo, attività cessate sotto il fuoco nemico del Leviatano e locatori che cercano disperatamente nuovi conduttori per le loro proprietà sfitte. Ovunque mi giri sento persone parlare di chiusure, di fallimenti o peggio.

Dopotutto siamo il paese dove la fiducia delle imprese è al minimo storico e dove le stesse hanno ricevuto in periodo covid i ristori minori. Potrà forse sembrare assurdo parlar di lockdown a 3 anni di distanza, ma in queste situazioni gli effetti purtroppo si vedono a lungo termine.

La rieducazione dei consumatori è stata spietata, conducendo i clienti verso i grandi web store e allontanadoli dal commercio di prossimità. Aggiungiamo il fatto che il governo invece di aiutare le imprese con finanziamenti reali ha deciso di garantire loro nuovi debiti ed il risultato è presto ottenuto: una catastrofe.

Nella nostra società della stanchezza poi la narrazione principale alimenta senza pietà alcuna la sensazione di fallimento personale: ogni giorno ci viene detto che va tutto benissimo, che la nazione cresce, che il PIL è in ripresa. Questo comporta gravissimi problemi per chi si trova in condizioni precarie, partendo da stati depressivi gravi che sovente portano gli imprenditori a togliersi la vita.

In questi casi poi succede che qualcuno di voi, con quella malignità insita nel vostro essere, lanci strali contro il morto, anche pubblicamente, manifestando pietà alcuna. “Lo avranno beccato a evadere”, “chissà quanti soldi si è rubato prima”, “sicuramente sfruttava il personale” sono solo alcuni dei vostri luoghi comuni preferiti.

Assorbiti completamente da ciò che vi viene detto siete incapaci di pensiero critico, non potete considerare che, forse, e dico forse, il fulcro dell’evasione non siano le piccole e medie imprese, da decenni sfruttate come perfetto capro espiatorio. Dopotutto è difficile far credere che un grande filantropo sia un evasore, è molto più facile incolpare il barista sotto casa o il panettiere all’angolo. Sia mai che lavoratori dipendenti e autonomi realizzino di essere sulla stessa bagnarola malandata, meglio perpetrare la guerra fra poveri che tanto piace ad alcuni schieramenti politici.

Tuttavia, alla fine dell’anno, il barista e il panettiere si troveranno a fare i conti con quel mostro chiamato fisco, esattamente come il lavoratore dipendente cui viene trattenuta parte dello stipendio mensile.

Nel mentre invece il grande filantropo dirotterà i suoi introiti in qualche isoletta sperduta considerata paradiso fiscale.

Dopotutto se lo fa un cittadino comune si chiama “evasione fiscale”, mentre la stessa pratica compiuta da magnate è “ottimizzazione fiscale”.

Con buona pace di chi abbassa la serranda. Per sempre.

Milano sott’acqua, di nuovo.

L’incuria della “Sala” di comando colpisce ancora.

Ci risiamo, un evento meteorologico improvviso ha nuovamente mandato in crisi la città. Stavolta tuttavia i danni sono stati ingenti e due interi quartieri sono rimasti letteralmente sott’acqua.

Ieri appena scoperto quanto avvenuto mi sono vestito, ho calzato i miei stivali e ho cercato di addentrarmi all’Isola, che ormai non è un segreto sia il mio quartiere. Come potete vedere nelle immagini a seguire tuttavia mi è stato praticamente impossibile raggiungere le zone più colpite, come via Borsieri o via Pepe, dove l’acqua ha raggiunto un livello considerevole. Parlando con un residente mi ha addirittura riferito di come quest’alluvione sia stata peggiore di quella del 2014, avendo riversato quasi il doppio dell’acqua nelle cantine e nei seminterrati della zona. La situazione si è lievemente sbloccata quando l’acqua è stata lasciata libera di defluire nel terrapieno della stazione Garibaldi, liberando almeno parzialmente le strade.

La ciclabile di via Alserio
Il marciapiede di via Alserio all’incrocio con piazza Segrino
Via Pollaiuolo
Via Pollaiuolo
Via Porro Lambertenghi
Via Pollaiuolo

Oggi sono tornato a verificare la situazione. Le arterie principali sono state quasi completamente ripristinate, tuttavia nelle laterali troviamo ancora i segni lasciati dall’alluvione. Dehor divelti, fanghiglia e acqua creano non poco disagio alle persone e alla viabilità, ma molte sono le squadre dell’AMSA in opera per ripristinare al più presto la normalità. Ci vorrà tempo, ma la cittadinanza saprà sicuramente dimostrarsi forte e porre rimedio a quanto accaduto. Anche perchè, come si suol dire, ad aspettare le autorità “campa cavallo…”

Esatto, le autorità, coloro che dovrebbero amministrare la città.

Ciò che resta ora da chiarire è se l’alluvione si fosse potuta evitare. Di certo la cosa sgradevole è trovarsi di nuovo di fronte a questo interrogativo, di nuovo a Milano, di nuovo per un evento meteorologico.

Personalmente ritengo che sia ora di smetterla di nascondersi dietro allo spettro del cambiamento climatico e fare i conti con la realtà: Milano è una città pressoché in stato di abbandono. La delinquenza dilaga, l’inquinamento è alle stelle e anche sul fronte della manutenzione e della prevenzione il comune fa, per l’appunto, “acqua da tutte le parti”.

Tutto questo unito al fatto che Milano è probabilmente la città più cara dove vivere in Italia rendono assolutamente inaccettabili le scuse e i rimpalli di responsabilità.

Quello che i cittadini vogliono è una metropoli all’altezza delle aspettative, non questa patetica imitazione di una capitale europea.

Questa Milano, la Milano degli ultimi dodici anni si è trasformata da centro nevralgico dell’economia italiana ed europea a terra di nessuno abbandonata a se stessa, vittima di un’arroganza mal celata dei suoi amministratori che la considerano un capolavoro quando in realtà è un fallimento sotto gli occhi di tutti.

Fallimento che si manifesta anche negli eventi degli ultimi giorni.

E alla fine della giornata non basta infilarsi la giacchetta della Protezione Civile e posare davanti alle telecamere perché le cose vadano magicamente a posto.

Un mondo programmato.

Pensieri sparsi su una società in crisi

Siedo su di un taxi e mi chiedo: quando abbiamo deciso di smettere di essere umani?

Guardando fuori dal finestrino ciò che vedo non sono uomini e donne, ma automi in carne ed ossa, come degli androidi sintetici senza parte meccanica. Ormai non si decide di vivere una vita, quanto più di programmare un’esistenza secondo obbiettivi socialmente accettabili.

La felicità, per dire, non è più prioritaria ma subordinata al guadagno: non si accetta che l’esistenza possa essere piacevole in assenza di profitto o patrimonio. Per questo l’esistenza viene per l’appunto programmata sulla base di ciò: il lavoro inteso come guadagno materiale occupa quasi l’interezza della giornata, rendendola così accettabilmente utile. Si deve abbandonare tutto ciò che non genera profitto in funzione di ciò che al contrario ne crea.

Perfettamente rappresentativo di questo è l’immagine che ora si palesa di fronte a me in tutta la sua forza: un padre tiene con una mano il cellulare mentre con l’altra trascina il figlio, piccolo bambino con il suo zainetto in spalla. Che il figlio si attardi è ininfluente, l’uomo è completamente catturato dalla telefonata che lo impegna. Il bimbo viene così trascinato alla stregua di un trolley carico di documenti.

Qualcuno potrebbe forse obbiettare che è in fondo giusto così, che il padre si impegna per garantire una vita agiata al piccolo, ma siamo certi che sia veramente ciò di cui ha bisogno nell’immediato? Non si può forse rimandare quella telefonata per godersi la passeggiata di rientro da scuola ascoltando il racconto della giornata dietro i banchi?

Cose come questa in fondo non sono il problema, ma un sintomo dello stesso. Questo voler rincorrere la ricchezza a tutti i costi non é altro che la ragion d’essere di chi ha perso ogni valore, spesso in maniera incolpevole. Non è probabilmente questo padre ad essersi svuotato volontariamente, quando chi l’ha formato ad averlo riempito di falsi valori.

Crediamo forse che, un tempo, i contadini vivessero vite miserabili perché non abbienti e magari residenti in antiche case rurali? Io credo altresì che abbiano vissuto in maniera appagante, soddisfatti dei frutti del loro lavoro anche senza essere propriamente ricchi, poiché nel momento in cui avevano di che sostentarsi e vivevano circondati dai loro affetti avevano tutto ciò di cui necessitavano.

Perché in fondo questo è il nocciolo della questione, questo è il punto che ha portato la società verso un baratro rappresentato da sindromi da burnout e suicidi: la ricerca spasmodica della ricchezza inutile, il tentativo di riempire il vuoto di valori con beni di valore. Guadagnare significa raggiungere uno status, un prestigio, un ascendente su chi ci osserva.

Non a caso, nel mio modesto parere, stiamo assistendo ad un declino, fra le altre cose, dell’arte. Una cosa legata in maniera così stretta alla sfera emotiva non trova spazio in un mondo materialista, tant’è che anche il lavoro degli artisti è ormai vincolato a “produzioni” controllate da terzi. Non vi è più reale espressione, ma prodotto che si deve conformare a degli standard per essere venduto e generare, di conseguenza, guadagno.

Quando poi il guadagno non è sufficiente il desiderio di rendere manifesto il proprio supposto splendore impegna la via del debito. Si acquistano beni a rate per poter mostrare, per vivere come chi ammiriamo e aspiriamo a diventare, rincorrendo un immaginario che altrimenti ci sarebbe precluso. Basterà pensarci dopo, impegnarsi maggiormente dopo, ma nel momento si è appagati dalla bellezza del feticcio acquisito. 

Chiunque non si adegui a ciò è consegnato all’oblio, in ogni ambito, sia esso lavorativo o sociale. Questo è, in ultima analisi, il mondo in cui viviamo.
Un mondo che trascina un bambino senza curarsene minimamente.